venerdì 26 dicembre 2014

Dame e gioielli. Mode e costumi nella società e pittura del XIV e XV secolo



Nel tardo Medioevo la posizione giuridica dei cittadini era determinata da una grande quantità di leggi, prerogative e privilegi, codificati nelle “consuetudini cittadine”. Tra le leggi in vigore vi erano le cosiddette “suntuarie” che regolavano l’uso di vesti e ornamenti preziosi. Tali leggi sono un prezioso documento per conoscere la moda e i costumi di un’età.

Nicola di Maestro Antonio d'Ancona - Pala Ferretti

Nel XIV secolo si assiste a una rivoluzione sia nella linea che nel modo di considerare l’abbigliamento dal punto di vista sociale: il costume si arricchisce di movimento e scioltezza, acquista consapevolezza della forma che ricopre e si ravviva nei particolari e nella qualità dei tessuti. Il vestiario si presenta leggiadro ed elegante, ma anche complicato e dispendioso. Nasce in questo periodo la figura del “sarto per abiti”, grazie al quale la moda comincia ad atteggiarsi nelle più svariate forme a seconda della collocazione territoriale: "Presto i sarti saranno costretti a confezionare abiti all’aperto, poiché lo spazio delle loro case non basterà più a contenerli".
Dalla fine del Trecento a tutto il Quattrocento le stoffe più usate sono state il panno, la lana, il lino, la tela, il raso, il velluto e il taffatano, mentre i colori più utilizzati erano il rosso, il celeste, il rosa, il marrone e il grigio. Il nero e, talora, il verde erano colori indossati in segno di lutto, ma il primo poteva essere usato anche per gli abiti di cerimonia, e il secondo per i vestiti festosi inneggianti alla nuova stagione e alla fecondità.

Giorgio Schiavone - Madonna con Bambino

Tra gli abiti femminile, tipica era la “cotta”, abito corto e stretto a immediato contatto con la camicia, che poteva essere anche in tessuto pregiato di seta (damasco, velluto, broccato) con ricami, figure, divise, minuterie metalliche, nastri nelle spose novelle. La “camorra” era, invece, una veste ampia aperta sul davanti e senza maniche, nella donna talora era divisa in “sottana” e “corpetto” o “sopraveste intera”, chiusa al collo o scollata. Su di essa poteva essere indossato il vestito, il mantello, la cotta.
Le donne sposate solevano portare il capo coperto, ad esempio con bende o strisce di tela ornate di monili sulla fronte e sulle tempie e un balzo intrecciato di nastri colorati, elevato sopra la testa all'indietro, per non alterare la linea del capo, mentre le meretrici dovevano portare un berretto con distintivo o piuma.

Beato Angelico - Madonna dell'Umiltà

Dal Quattrocento sui vestiti hanno cominciato a fare la comparsa le “imprese” e le “armi” proprie del casato, quale espressione del ruolo, del rango sociale e della funzione pubblica di chi le portava, o di un'associazione, ad esempio religiosa.
Ed è difatti il Quattrocento il secolo in cui il progresso economico determina un aumento di ricchezza e di benessere portando ad una rinascita anche a livello intellettuale, artistico e culturale. È il secolo in cui l’eleganza inizia a prendere forma con un più raffinato e ricercato modo di vestire, di parlare e di esprimersi, ma soprattutto con la sempre più diffusa necessità, nelle varie Corti Italiane, di arricchire e valorizzare la propria immagine. I gioielli iniziano a diventare protagonisti della vita quotidiana delle signore e dei nobili signori. Le nobildonne amano arricchire le loro vesti e le loro acconciature, con imponenti spille, collane e anelli. In gran voga, in questo secolo, sono soprattutto le collane che spesso sono formate da fili di gemme, di corallo o di perle, a volte intramezzati da piastrine di metallo lavorato, rese ancora più imponenti da bellissimi pendenti centrali. Le spille e gli ornamenti vari rendono molto particolari e caratteristiche le acconciature e l’abbigliamento. Gli spilloni posti sulle cinture e sui mantelli, vanno a sottolineare l’eleganza e la ricchezza che era propria, non solo delle donne, ma anche degli uomini appartenenti alla classe dei nobili.

Ghirlandaio - Adorazione dei Magi

Nella storia dell’arte una notevole quantità di opere si presentano, ai nostri occhi, come una sfavillante vetrina di gemme e di pietre preziose. Perle, diamanti, topazi, lapislazzuli, cammei, alabastri e altre meraviglie compaiono in molte raffigurazioni artistiche.

Nel Cinquecento, sollecitata anche dal rinato interesse per le arti applicate, fiorì un’interessante e varia trattatistica sull’arte orafa, sintomo di una moda del gioiello che si andava diffondendo tra le corti e le signorie. Il rapporto fra gioiello e arti figurative, in quest’epoca, fu molto stretto e ravvicinato, pittori e scultori, infatti, erano soliti fare pratica nelle botteghe degli orafi è una prova il testo di Benvenuto Cellini del 1568: Due trattati. Uno dell'Oreficeria l'altro della Scultura.
Attraverso l’uso degli ornamenti, di cui i quadri sono un’importante testimonianza figurativa, è possibile dunque creare una sorta di storia del gusto, degli usi e delle trasformazioni sociali. Come il gusto segue la storia, così i preziosi gioielli diventano essi stessi repertorio di creazioni artistiche, sviluppando un proprio stile attraverso l’ideazione da parte di veri e propri artisti del gioiello.

Lorenzetti - Madonna con Bambino 

Non dobbiamo dimenticare poi come nella cultura occidentale una particolare considerazione sia verso la decorazione del capo. Proprio sulla testa sono posti i simboli distintivi del potere spirituale e temporale, quali la mitria vescovile e la corona regale. Secondo la gerarchia del pensiero medievale e rinascimentale era considerato maggiormente lecito decorare ciò che la natura stessa ha posto più in alto e cioè il capo, il quale diviene, tramite accessori e gioielli, emblema del proprio rango, del gusto e della sensibilità alle mode. Questo specialmente per quanto riguarda le donne, le quali potevano esibire lo status della famiglia di appartenenza. Le dame del XV secolo, ben consce del loro ruolo sociale, facevano della testa un vero e proprio campo di rappresentazione: grazie a un sistema di ornamenti, i cui materiali, colori e forme venivano codificati nella normativa suntuaria.

I pittori nelle loro opere trasportano tali consuetudini, basti osservare rappresentazioni come la Pala Ferretti-Vergine con Bambino in trono, con i SS. Leonardo, Girolamo, Giovanni Battista e Francesco (1472) di Nicola di Maestro Antonio d'Ancona; la Madonna con il Bambino (1456-60) di Chiulinovich Giorgio detto lo Schiavone; la Madonna dell’Umiltà del Beato Angelico; l’Adorazione dei Magi degli Innocenti di Domenico Ghirlandaio; la Vergine con il Bambino (1340) nella Pieve dei Santi Pietro e Paolo di Roccalbenga di Lorenzetti Ambrogio; la Madonna della Misericordia, San Venanzio e San Sebastiano di Girolamo di Giovanni. Paolo Uccello, ad esempio, era ossessionato nei suoi lavori dal copricapo, cercine o mazzocchio, una sorta di rotolo imbottito che nascondeva i capelli e le orecchie, trapunto d’oro e di gioielli.

Dei gioielli da capo, molte informazioni ci sono fornite dagli inventari di beni mobili, i quali erano redatti in svariate occasioni, per stilare l’eredità, per catalogare i beni contenuti nella dote, per registrare gli oggetti ricevuti o dati in pegno a garanzia di un prestito. Anche alcune memorie ci possono essere d’aiuto poiché c’era l’usanza di annotare i gioielli e i beni preziosi regalati dai fidanzati alle future spose. 
Nel Quattrocento infatti il matrimonio era un momento centrale della vita familiare, al quale erano dedicate moltissime attenzioni; era proprio in occasione delle nozze che le donne ricevevano la maggior parte dei propri gioielli, sia sotto forma di doni, sia contenuti nella dote. Non stupisce dunque che la maggioranza dei preziosi visibili nella ritrattistica, e quelli di cui si fa menzione nelle fonti scritte, richiamino significati ricollegabili alle nozze. Sono infatti ricorrenti, sia nei ritratti redatti in occasione dei matrimoni, sia nelle raffigurazioni di Maria, perle, oro e pietre di colore rosso. A questi materiali erano riconosciute proprietà apotropaiche e propiziatorie.

Le perle, riscontrabili nella quasi totalità degli statuti suntuari e degli inventari, erano tanto amate perché emblema di castità e purezza e con questo significato le perle divennero l’ornamento nuziale quattrocentesco per eccellenza, spesso portate in dono dai fidanzati alle promesse spose. Non di rado assieme alle perle si riscontrano nei gioielli anche pietre rosse, sia lasciate a cabochon, sia tagliate semplicemente in tolla. Queste potrebbero essere rubini, visto il significato attribuito a questa pietra che «fa accrescimento a ogni prosperità, accheta la lussuria, induce sanità al corpo» come scrive Dolce, rifacendosi a autori medievali e quattrocenteschi.
Gioielli con oro, pietre rosse e perle erano dunque molto presenti tra i beni delle famiglie del XV secolo. Ritenuti in grado di conservare puro chi li indossava, erano portati dalle donne come amuleti per garantire una serena vita coniugale.

Crivelli Carlo - Annunciazione 

Il significato simbolico di queste gioie ben si prestava a sottolineare nei quadri le virtù della Vergine, come conferma il confronto con le fonti scritte, non solo i materiali preziosi erano copiati nella pittura sacra, ma anche i gioielli interi, portatori essi stessi di significato.
Ben visibile, ad esempio è la grande e rigida montatura in oro del frenello indossato dalla Vergine nella celebre Annunciazione con Sant’Emidio di Carlo Crivelli. L’accessorio è usato per trattenere i capelli all’indietro, e ciò potrebbe giustificare dal punto di vista funzionale la struttura metallica, certamente influenzata dal gusto di Crivelli per le gioie di dimensioni importanti. Infatti al centro del gioiello è posto un grande fermaglio, analogo a quelli analizzati in precedenza: con la montatura rotonda in oro, un rubino cabochon al centro e quattro perle intorno ad esso. L’ Annunciazione con Sant’Emidio è un’opera che desta subito ammirazione per la densità decorativa e la finezza compositiva: orpelli anticheggianti, decorazioni vegetali, minuzie architettoniche, varietà di materiali; uno scrigno incrostato di pietre preziose che racchiude l’episodio evangelico. La scena è collocata in una strada cittadina, non in una stanza o in un giardino come vuole la tradizione, una strada affollata dove il miracolo che si sta compiendo pare essere un accidente rispetto alla complessità della narrazione.
La Vergine, inginocchiata dietro alla soglia di una casa, riceve compita il raggio di luce dello Spirito Santo, mentre Sant’Emidio, vescovo di Ascoli, e l’arcangelo Gabriele partecipano all’epifania da una via laterale: uno spaccato di quotidianità che annuncia la nascita del Signore.
L’opera, firmata e datata, fu dipinta nel 1486 da Carlo Crivelli per la chiesa della Santissima Annunziata di Ascoli Piceno. Essa celebrava un evento molto importante per la città, ossia la concessione di speciali autonomie da parte di papa Sisto IV.


Silvia Papa

Nessun commento:

Posta un commento