lunedì 3 novembre 2014

PIETRO VANNINI - Maestro orafo Ascolano del XV secolo


Ecco un estratto dell’intervento della dott.ssa Silvia Papa sull’orafo Pietro Vannini presso il Convegno di Ascoli Piceno, all’interno del Festival della Manualità, organizzato dalla CNA Picena il 14 settembre 2014. 

Pietro Vannini è stato un grande personaggio e artista ascolano. Attraverso la biografia e le opere che più hanno caratterizzato l’attività del maestro orafo, si traccia il contesto storico e culturale nel quale l’artista ha lavorato e la tradizione orafa ascolana dei secoli XIV e XV. Ad Ascoli la tradizione orafa ha origini profonde, ma poi come spesso accade le testimonianze di questo passato sono meno ricche, poiché i metalli lavorati erano riutilizzati, ad esempio per la realizzazione delle monete, basti pensare che la città aveva il privilegio di battere moneta dal 1037.
La storia dell’’oreficeria è una storia lunga e articolata, soffermandosi su Ascoli, possiamo ad esempio ricordare che già nel XIV secolo esistevano dei reliquiari contenenti frammenti della Croce di Cristo, detti stauroteche, che nel corso del tempo vengono trasformati, ampliati e inseriti in tabernacoli, dando origine a strutture artistiche sempre più complesse e ben definite, donando all’oggetto sacro anche una vera valenza artistica.
I centri di riferimento che maggiorante influenzano l’oreficeria nella Marca Meridionale nei secoli presi in esame sono tre: Siena per l’uso dello smalta traslucido, Venezia con la quale la città intratteneva rapporti commerciali e l’Abruzzo, per via della vicinanza territoriale e per la cosiddetta Scuola di orafi di Sulmona. L’ambiente che incontra il Vannini nel XV secolo nella città non è dunque un ambiente artistico sterile, tutt’altro. L’iniziatore della grande stagione quattrocentesca è Lorenzo d’Ascoli, di cui rimangono pochissime notizie, ma del quale si possiede un’opera datata e firmata, la Croce Processionale della Collegiata di Santa Maria Assunta di Montecassino, 1414. Tutto questo indica come nella città vi fossero botteghe artigiane, commesse e lavorazioni di oggetti sacri.
Parlando del Vannini non possiamo dimenticare che per molto tempo la sua figura è rimasta poco consociata, la critica fu poco attenta, così come accede ad un altro artista che lavorò ad Ascoli, Carlo Crivelli. Alla fine dell’Ottocento, uno studioso francese Bertaux vide dei reliquiari e delle croci esposti in una mostra e ne capì immeditate subito il valore artistico. Da qui iniziamo studi sia sulla vita che sulle opere del Vannini grazie a Vincenzo Paoletti e Giuseppe Fabiani che diedero il via a ricerche anche nel resto d’Italia, grazie alle quali  fu assegnata la paternità al Vannini dell’ostensorio di Ariano Irpino.  Pietro proviene da una famiglia di orafi, primo di 7 figli dell’orafo Vannino di Mariuccio, nacque nella seconda decade del ‘400. Lasciò Ascoli per Gubbio, poi abitò a Macerata, quale orafo della zecca della città, ebbe due moglie e due figli, per tornare ad Ascoli nella seconda metà del ‘400, dove morì nel 1496.
La sua attività artistica copre circa un quarantennio, anche se le opere datate sono davvero ben poche, di certo iniziò la sua attività presso la bottega paterna, assorbendo le influenze e il clima del tempo. I lavori del Vannini sottolineano come quest’ultimi abbiamo vissuto un’evoluzione di linguaggi, passando da un stile tardo medievale ad uno rinascimentale e di come le forme abbiano creato nuove espressioni. E attraverso questa veloce carrellata di opere ne vedremo l’evoluzione.
Del periodo giovanile spiccano gli ostensori di Ariano Irpino e di Bovino. L’uso dell’esposizione eucaristica nasce durante il Medioevo e lo stesso oggetto vede una sua crescita stilistica e architettonica, quelli adottati dal Vannini rientrano nella tipologia “a guglia”, poiché sono caratterizzati da un ricettacolo allungato che termina in una cuspide.
L’ostensorio di Ariano, con firma del Vannini, quale Petrus Escolo de Marche, è in argento dorato con smalti databile 1452. Commissionato dal Vescovo della città, Orso Leone, è costituito da un piede dalla forma stellare, da una doppia cornice traforata a motivi geometrici e ornato con dei medaglioni che raffigurano lo stemma del committente, il Cristo deposto, il Cristo alla colonna, l’Addolorata e i Santi Giovanni e Paolo. Il fusto è ornato da pellicani incisi e a metà vi è un nodo cesellato e ornato da pietre multicolori. La cuspide è di forma esagonale con 6 edicole e 4 colonne tortili. Ogni edicola ha una cimasa di forma piramidale, con un piccolo rosone traforato. Due angeli hanno sostituito due colonnine dopo un restauro e sostengono la teca che conteneva l’ostia consacrata. La cuspide è infine arricchita con guglie agli angoli e trafori e termina con un cupolino che sostiene la croce.
Ciò che si nota è l’uso dei motivi geometrici dei trafori, gli elementi più caratteristici del gotico, dal rosone, alle guglie, alla cuspide per ricordare lo slancio, il movimento verticale, quale sguardo dell’uomo in alto verso Dio. In quest’opera come in quella di Bovino, Vannini mostra la sapienza e l’abilità di cui è dotato, la maestria nel dettaglio e nel particolare e la capacità di padroneggiare diverse tecniche: intaglio, traforo e cesello. Una complessità e una precisione architettonica, grande pulizia nella resa delle superficie, un’attenzione ai particolari e alle decorazioni, una lavorazione ricca di magnificenza e preziosità è l’opera di Ariano Irpino.     
Ostensorio di Bovino
 
L’ostensorio di Bovino è molto simile a quello di Ariano Irpino, anch’esso in argento dorato con smalti, ma leggermente più piccolo nella dimensione, stessa tipologia a guglia. Nel piede muta, ad esempio, le raffigurazioni: in quello di Arpino ci sono, come detto prima, i simboli della Passione mentre in quella di Bovino ci sono rappresentate le figure degli Apostoli.  Identico nodo al centro del fusto, architettura cuspidata con colonnine e cimasa piramidale. Anche qui una scritta in caratteri gotici che indicano il nome dell’autore e l’anno di realizzazione: 1452.

Da Parigi proviene una splendida croce astile con argento fuso, sbalzato, bulinato, cesellato e dorato su un supporto di legno con smalti traslucidi, cristallo di rocca databile attorno alla metà del XV secolo. Un’opera elaboratissima, la sagoma della croce termina in lievi sporgenze a punta e ogni braccio si conclude con delle formelle polilobate mistilinee. L’intera superficie della lamina è lavorata con un punzone puntiforme che produce un effetto a ‘buccia d’arancia’, da cui emergono elaborati motivi floreali e vegetali lisci, realizzati a bulino e cesello. In corrispondenza delle espansioni dei bracci sono inserite placchette romboidali in smalto traslucido contornate da cornicette dentellate. Lungo lo spessore, coperto da una striscia di rame, sono inserite 37 piccole sfere in cristallo di rocca, di diversa grandezza.
Il programma iconografico della croce presenta il consueto schema figurativo che riassume il mistero della Redenzione attraverso il sacrificio di Cristo, il recto testimonia infatti il momento culminante della Passione, con Gesù crocifisso tra la Madonna, San Giovanni Evangelista e la Maddalena, con il alto San Pietro. Sul verso è invece simboleggiata la Rivelazione attraverso le figure del Redentore benedicente e dei quattro Evangelisti espressi dai rispettivi emblemi. Anche la reiterata presenza delle piccole sfere in cristallo di rocca che sottolineano il perimetro della croce, non sembra casuale, ma legata al simbolismo dei lapidari medievali che accostavano al quarzo, limpido e incolore, la figura di Cristo, morto innocente sulla croce. Sul recto della croce è posto, dunque, il Crocifisso, in argento, a tutto tondo, col capo lievemente reclinato e i fianchi cinti da un perizoma dorato. Nelle terminazioni sono sistemate le quattro microsculture, che rappresentano la Madonna Addolorata e San Giovanni Evangelista, ai lati, san Pietro, in alto e Maria Maddalena, in basso. I personaggi, con viso e mani d’argento e vesti dorate, sono a figura intera. I morbidi ed ampi panneggi delle vesti accompagnano il movimento raccolto dei corpi e i gesti affranti dei due Dolenti e della Maddalena, con volti contratti dal pianto di notevole espressività. Al centro della croce, dietro la testa del Crocifisso, è posta la formella in smalto traslucido raffigurante il ‘Pellicano’. Le altre placchette, in smalti vivacemente policromi, disposte lungo i bracci, presentano un santo con corta barba, manto orlato di pelliccia e rotulo, in alto, San Giovanni Evangelista, con penna e libro, a sinistra e la Madonna addolorata, a destra, e, in basso, San Paolo, con libro e spada.
Verso della Croce
 
Sul verso, al centro, si trova il Redentore benedicente, seduto su una mensola a forma di cherubino. Nelle quattro terminazioni ci sono i simboli degli Evangelisti, in alto l’aquila di san Giovanni con due tomi tra gli artigli, cioè il Vangelo e il libro dell’Apocalisse; ai lati, il toro di san Luca e il leone di san Marco; in basso, la raffigurazione è duplice: si vede, infatti, san Matteo, seduto e con in mano un volume, che indica il proprio emblema, un piccolo angelo inginocchiato ai suoi piedi. Nelle quattro placchette in smalto traslucido policromo sono raffigurati due santi tonsurati, con un libro e la mano aperta, in alto e a sinistra; un profeta, a destra, con un lungo cartiglio con iscrizione di cui si leggono solo le lettere “PR (OF) ETA”, ma non il nome; e in basso un personaggio tonsurato, con un ciuffetto sulla fronte, in atto di accostare i due indici delle mani, forse un’allusione alla duplice natura, umana e divina, di Gesù. L’opera è caratterizzata da simbolismo, con il proprio programma iconografico e da naturalismo. Le decorazioni appaiono eleganti e le figure esprimono una complessa espressività.
Del 1472 è il Reliquario della Madonna di Filetta di Amatrice, la tradizione vuole che ad una giovane pastorella di Amatrice nel giorno dell’Ascensione apparve la Madonna.

Il Reliquiario è simile nella struttura ai due ostensori incontrati precedentemente, ma ciò che caratterizza il reliquiario lo si nota, ad esempio, nel fusto, interrotto a metà da una struttura gotica esagonale formata da edicole con all’interno delle figurazioni in smalto traslucido. Colonnine con capitelli in stile ionico sorreggono la struttura a cuspide, due angeli all’interno dell’edicola sorreggono la reliquia, gli angeli hanno morbide vesti, volti sereni e cappelli arricciati. La cuspide in questo caso non termina con una semplice croce, ma bensì con la figura di un Cristo trionfante.
Un’opera matura, con elementi classicheggianti, elaborata e ricca di particolari finemente realizzati, una ricercatezza e attenzione al dettaglio che indicano una maturazione e un’abilità tecnica notevolissima quella raggiunta da Vannini.

Apici del lavoro del Vannini sono i due capolavori ascolani: la statua d’argento e il braccio-reliquario di Sant’Emidio, patrono della città, che testimonia l’ultima fase dell’attività del maestro.
La statua è alta 155 cm ed è stata realizzata nel 1487 in lamina d’argento dorata sbalzata e cesellata, mostra il santo vestito con i paramenti sacri da Vescovo, con una mano benedice e con l’altra regge il Pastorale. La figura poggia su di una base ottagonale e recita una scritta in caratteri gotici, così traducibili: “Dal giorno in cui nacque la libertà ascolana e mentre spendeva nella città la spada della giustizia a spese e con il denaro dei residenti della sacra cattedra risplende quest’opera in grazia del bulino di Pietro e di Francesco”. La figura appare ben proporzionata, il piviale è decorato con un motivo fitomorfo intrecciato lungo i bordi, mentre nella stola si ha un motivo a fiori alternato a croci dai bracci uguali. Il paramento è fermato da un ampio fermaglio di forma floreale, dove al centro è raffigurata la scena del santo consacrato Vescovo, l’abito accompagna il corpo che sembra quasi in atto di muoversi. Il volto è ben modellato con vuoti/pieni che a loro volta creano degli intesi effetti chiaroscurarli. Una grande perizia è poi riscontrabile nella capigliatura a riccioli.
La mitra è divisa in due parti: il gallone che cinge la fronte ha una decorazione in orizzontale, mentre la parte superiore, una decorazione verticale che probabilmente doveva contenere decorazioni a smalto, poiché è ancora visibile l’incisione preparatoria a bulino. Lo smalto inoltre doveva dare quell’effetto pittorico con la luce del giorno una volta che la statua veniva portata in processione, esaltandone la brillantezza. Le incisioni nella mitra nella parte inferiore raffigurano un leone (simbolo di san Marco) un angelo (san Matteo), una figura che legge, e una figura femminile, forse ricondiscile alla figura della Maddalena, poi vi è il bue simbolo di san Luca, santo Stefano e forse un san Giacomo, patrono dei tintori della lana, poiché in città in quel tempo vi erano molto aderenti.
Nella parte superiore oltre ai motivi vegetali vi sono santa Caterina di Alessandria, san Paolo, san Giovanni Evangelista o Isaia, poi l’aquila di san Giovanni, forse anche un san Andrea, primo apostolo con Pietro, e infine san Pietro. Il pastorale non è coevo alla statua, ma bensì di fine 1500.
Un’opera di grande intensità sia stilistica che iconografica, con un’attenzione alle tradizioni della città, basti ricordare il sopra santo identificato con San Giacomo, patrono dei tintori di lana. Il restauro compiuto dall’Opificio delle Pietre Dure di Firenze sull’opera, ha inoltre consentito di ricostruire la tecnica di esecuzione e la composizione della statua: 18 pezzi in totale, nei quali si è potuto capire dove sia intervenuta la mano del maestro: nell’incisioni della mitra dove le decorazioni fitomorfe risultano molto flessuose, nel bordo del piviale, nella capigliatura, nel volto di un elevata naturalezza e qualità. Mentre la mano dell’allievo è nelle pieghe del piviale, nel cappuccio e forse anche alla base della statua.
Il reliquiario di sant’Emidio rientra nella tipologia dei reliquiario a braccio, poiché custodiva un osso del braccio del santo. In questo lavoro come nelle statua, ciò che colpisce è l’altissimo livello di esecuzione raggiunta dal Vannini, datato attorno al 1484-86, si notino la perfetta resa anatomica del braccio e una raffinatezza tecnica di esecuzione senza precedenti. Il reliquiario è di argento dorato, con smalti traslucidi e pietre preziose. Il piede ha la forma di un esagono stellato, con smalti e decorazioni in filigrana con motivo a volute, vi è un’iscrizione con il nome del committente, da riferirsi probabilmente a Giovanni di Filippo un canonico della cattedrale di Ascoli. Il fusto rivestito di smalti ha nella metà un nodo su cui sono raffigurati a niello il Cristo, la Vergine, un Apostolo, sant’Emidio, la Maddalena e l’evangelista Giovanni. La parte superiore dell’oggetto è a forma di braccio con le dita della mano in atto di benedire, nella mano si vede un ricco anello composto da un rubino centrale tempestato da 12 diamanti. Anello donato da Mons. Marcucci, che a sua volta lo aveva ricevuto dall’Imperatore d’Austria, Giuseppe II. La mano è rivestita da un guanto, spiccano motivi vegetali e smalti colorati e un’iscrizione che rimanda ad un versetto del Vangelo di Luca.
Reliquiario del braccio di Sant'Emidio
 
Al di sotto del guanto vi è la dalmatica decorata a fiori e foglie, sull’orlo della manica è stata riportata la scritta: AVE MARIA GRATIA PLENA DOMINUS TECUM. Sull’orlo della dalmatica è fissata una spilla circolare in argento dorato, dove nel contorno sono montati in forma alternata 4 rubini e 4 smeraldi, il tutto ricoperto da smalti colorati, oggi in parte caduti. Nella parte inferiore della dalmatica si trova la mostra della reliquia, un esagono decorato con al suo interno un fiore realizzato a filigrana, che presenta la parte centrale trasparente, da cui è possibile vedere il frammento osseo.
Queste due opere di Ascoli Piceno dimostrano tutta l’abilità tecnica raggiunga dal Vannini, il quale è stato capace di sintetizzare diverse arti, pratiche e correnti stilistiche: gusto per il decoratismo tardo medievale, uso di smalti traslucidi e una solennità quasi bizantina. Sapienza poi nella realizzazione delle anatomie e delle proporzioni. Un’artista tra i più eclettici e poliedrici del XV secolo, Pietro Vannini.
Silvia Papa

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