mercoledì 29 ottobre 2014

Borsa Mediterranea del Turismo Archeologico - 30-31 ottobre 1-2 novembre

Paestum, Salerno XVII Edizione 30-31 ottobre 1-2 novembre

La Borsa Mediterranea del Turismo Archeologico si conferma un evento originale nel suo genere: sede dell’unico Salone espositivo al mondo del patrimonio archeologico e di ArcheoVirtual, l’innovativa mostra internazionale di tecnologie multimediali, interattive e virtuali; luogo di approfondimento e divulgazione di temi dedicati al turismo culturale ed al patrimonio; occasione di incontro per gli addetti ai lavori, per gli operatori turistici e culturali, per i viaggiatori, per gli appassionati; opportunità di business nella suggestiva location del Museo Archeologico con il Workshop tra la domanda estera e l’offerta del turismo culturale ed archeologico.
Un format di successo testimoniato dalle prestigiose collaborazioni di organismi internazionali quali UNESCO, UNWTO e ICCROM oltre che da circa 10.000 visitatori, 130 espositori con 25 Paesi esteri, 50 tra conferenze e incontri, 300 relatori, 250 operatori dell’offerta, 100 giornalisti.
L’area adiacente al Tempio di Cerere (Salone Espositivo, Laboratori di Archeologia Sperimentale, ArcheoIncontri), il Museo Archeologico Nazionale (ArcheoVirtual, Conferenze, Workshop con i buyers esteri), la Basilica Paleocristiana (Conferenza di apertura, ArcheoLavoro, Incontri con i Protagonisti) continueranno ad essere le suggestive location della XVII edizione.
Nel sottolineare sempre più l’importanza che il patrimonio culturale riveste come fattore di dialogo interculturale, d’integrazione sociale e di sviluppo economico, ogni anno la Borsa promuove la cooperazione tra i popoli attraverso la partecipazione e lo scambio di esperienze: dopo Egitto, Marocco, Tunisia, Siria, Francia, Algeria, Grecia, Libia, Perù, Portogallo, Cambogia, Turchia, Armenia, Venezuela, ospite ufficiale nel 2014 sarà l’Azerbaigian.
 
 
 
Numerose le sezioni speciali: gli Incontri con i Protagonisti nei quali il grande pubblico interviene con i noti divulgatori della TV; i Laboratori di Archeologia Sperimentale per la divulgazione delle tecniche utilizzate nell’antichità per realizzare i manufatti di uso quotidiano; gli ArcheoIncontri per la presentazione di conferenze stampa e progetti di sviluppo territoriale; il Premio “Paestum Archeologia” assegnato a coloro che contribuiscono alla valorizzazione del patrimonio culturale; ArcheoLavoro orientamento ai Corsi di Laurea e Master in Beni Culturali e Archeologia, presentazione delle figure professionali e delle competenze emergenti; il Premio “A. Fiammenghi” per la migliore tesi di laurea sul turismo archeologico; il programma di visite guidate ed educational per giornalisti e visitatori.
 
Istituzioni, Enti, Paesi Esteri, Regioni, Organizzazioni di Categoria, Associazioni Professionali e Culturali, Aziende e Consorzi Turistici, Società di Servizi, Case Editrici saranno presenti nel Salone espositivo, per vivere da protagonisti quattro giorni straordinari in occasione della XVII edizione a Paestum, nell’area archeologica della città antica, nei giorni 30-31 ottobre 1-2 novembre 2014.

lunedì 27 ottobre 2014

DISCO DI FESTO

Nuova ipotesi: il Disco di Festo conterrebbe una preghiera alla Dea Madre

 
 
 
Il famoso ed enigmatico 'Disco di Festo', datato ad almeno 4000 anni prima dello sviluppo della scienza informatica, non sarebbe altro che il primo CD-Rom mai realizzato e - secondo gli scienziati che sostengono di averlo finalmente decifrato - conterrebbe una preghiera alla Grande Madre, la divinità più diffusa in quell'ep...oca nel bacino Mediterraneo. A sostenere questa nuova teoria è, come riferisce il sito Archaeology News Network, il dottor Gareth Owens, dell'Istituto di studi tecnologici (Ted) di Creta, che afferma di aver finalmente decodificato i segni che vi sono incisi.

Per quasi un secolo molti altri esperti hanno cercato di comprendere il significato delle iscrizioni sul disco e questo è l'ennesimo tentativo di interpretare ciò che i suoi 241 glifi, composti da 45 simboli unici tracciati a spirale su entrambi i lati, significano.

Owens ritiene di aver individuato due parole-chiave: "madre incinta" e "signora molto importante". Il passo successivo sarà quello di svelare il significato specifico di ogni glifo - tra cui quelli che sembrano rappresentare una testa piumata, un bambino e un alveare - così come il loro antico utilizzo.

Il disco di Festo venne ritrovato il 3 luglio 1908 nel sito archeologico dell'omonima città sull'isola di Creta, sotto un muro di un palazzo minoico. Il reperto fu riportato alla luce da una spedizione archeologica italiana guidata da Luigi Pernier e Federico Halbherr. È un disco di terracotta di 15 centimetri di diametro e 16 millimetri di spessore e la datazione stratigrafica ne attribuisce la fattura al 1700 a.C. Oggi è esposto nel Museo archeologico di Iraklion a Creta.

"La parola più ricorrente è 'madre' e, in particolare, è riferibile alla dea madre dell'era minoica", ha detto Owens. Per arrivare ad enunciare la propria teoria, il ricercatore ha preso in esame gruppi di segni individuati in tre aree su un lato del disco. Essi vengono letti come "I-QE-KU-RJA" e secondo Owens "I-QE" significa "signora di grande importanza".

Sull'altro lato del disco, lo studioso ha invece identificato la parola "akka" che, ha detto, significa "madre incinta". Per questo motivo Owens ritiene che una faccia del disco riporti una preghiera dedicata ad una donna incinta e l'altro lato ad una puerpera.

Secondo esperti consultati da ANSAmed, se l'interpretazione di Owens fosse esatta, entrambe le preghiere incise sui lati del disco sarebbero dedicate alla stessa Grande Madre - la dea della fertilità adorata da tutte le civiltà Mediterranee sotto diversi nomi -, la prima nella sua 'potenzialità' di generare la vita (incinta) e la seconda dopo aver prodotto i suoi frutti (puerpera).

L'antico disco, ha concluso Owens, è stato utilizzato in pratica per memorizzare informazioni proprio come si fa oggi con i moderni CD-Rom e la sua importanza si basa sul fatto che proviene dalla Creta minoica, la prima civiltà del continente a conoscere l'uso della scrittura.

venerdì 24 ottobre 2014

Volubilis - Marocco


Walili (Volubilis) è un sito archeologico romano, situato ai piedi del monte Zerhoun, a 27 km a nord di Meknes, e a 80 km a nord-oeste di Atlante. È il sito archeologico più noto del Marocco ed è inserito nell'elenco dei patrimoni dell'umanità dell'UNESCO.
 
Questa località, già abitata nel neolitico, subì l'influenza cartaginese, fu poi un regno berbero indipendente e venne infine romanizzata. Augusto vi stabilì un regno "cliente", ponendo sul trono Giuba II - figlio di Giuba I e nipote di Massinissa sovrani di Numidia - e la moglie di costui, Cleopatra Selenius. La giovanissima regina - figlia di Cleopatra VII la Grande e di Antonio - era stata, come il marito, educata a Roma nella cultura latina e greca. I due regnarono congiuntamente avendo per capitali sia Iol detta Cesarea sia Volubilis, costruirono per se una tomba di tipo "imperiale" a Tipasa, scrissero opere di notevole interesse storico e geografico delle quali si ha traccia soltanto negli autori più tardi; ebbero un figlio, Tolomeo, che regnò dopo di loro fino al 42 d.C., quando fu ucciso per ordine di Caligola. Il regno di Mauritania, che comprendeva tutto il nord dell'attuale Marocco e gran parte dell'Algeria costiera, venne soppresso ed annesso all'Impero, diviso in due province: Mauretania Tingitana (la parte corrispondente all'attuale nord Marocco, da Tingis oggi Tangeri - e la Mauretania Cesariensis . La Mauretania era collegata alle strade imperiali che attraverso la Spagna arrivavano alle Colonne d'Ercole. Una volta divenuta residenza del procuratore, Volubilis ebbe il comando del limes della Mauritania Tingitana ma nel 117 subì attacchi da parte dei Mauri, capeggiati da Luzio Quieto; infine, nel 168, per difendersi dagli attacchi delle tribù berbere venne eretto un muro di cinta attorno alla città. Fu abbandonata dalle autorità romane verso il 284-285 e rimase fuori dai nuovi confini della provincia fissati da Diocleziano.
 
 
Anche se ad un certo punto l'acquedotto che alimentava la città cessò di funzionare, le iscrizioni superstiti attestano che verso la metà del VII secolo vi fu ancora una civiltà latina e cristiana che proseguì sino (così sembra) all'arrivo degli arabi. Re Idris I, nel 789, vi stabilì la sua capitale.
Il declino di Volubilis iniziò con il regno di Moulay Ismail, il quale utilizzò i marmi della città per abbellire i palazzi di Meknes. Nel 1755 fu la volta di un funesto terremoto, che la rase al suolo. Solo nel XIX secolo furono avviati gli scavi per recuperare quanto oggi si può ammirare.
Oggi si possono ammirare resti imponenti quali la basilica che presenta due esedre contrapposte, il capitolium dei Severi (nel Foro), templi risalenti al I secolo, l'acquedotto e le terme. Poco prima dell'ingresso ovest si trova un imponente arco di trionfo costruito da Marco Aurelio Sebastiano in onore di Caracalla, come testimoniano i nomi suo e di sua madre, scolpiti sul frontone. Proseguendo verso sinistra (in direzione SSO) dopo il Foro e la basilica più a sud si giunge ai bagni pubblici. È caratteristica la presenza in numerose case di frantoi e vasche per la produzione dell'olio d'oliva. Sono riconoscibili quattro porte, la principale delle quali, collegata alla strada proveniente da Tangeri, immette nel decumanus maximus che prosegue fino all'ingresso ovest.
Lungo il decumano si trovano i resti di numerose case decorate con mosaici policromi, alcuni dei quali in ottime condizioni di conservazione. Tra i più importanti quelli situati nella casa di Orfeo (Orfeo con lira che incanta gli animali, Anfitrite su biga trainata da ippocampo, i nove delfini), nella casa del corteo di Venere e nella casa delle colonne.
 

giovedì 23 ottobre 2014

Morte di Cleopatra - Rosso Fiorentino


La Morte di Cleopatra è un dipinto di Rosso Fiorentino, databile al 1525 circa.

L'opera è attribuita al soggiorno romano di Rosso Fiorentino, quando entrò in contatto con la statuaria antica. Vasari, nella prefazione alle terza parte delle Vite, riporta come proprio i modelli antichi offerti dalle sculture rinvenute in quegli anni (come il Gruppo del Laocoonte, l'Ercole Farnese e tutte le altre) avessero fornito lo spunto per il salto di qualità del Rinascimento nei primi decenni del Cinquecento, elencando tra l'altro anche la "Cleopatra", ovvero l'Arianna dormiente oggi ai Musei Vaticani, scambiata per la regina d'Egitto per via di un braccialetto a forma di serpenti, che si riteneva la fatale aspide. Rosso si ispirò proprio a questa celebre statua, già nelle collezioni di Angelo Maffei e poi acquistata da Giulio II nel 1512 e posta nel cortile del Belvedere, per la sua Cleopatra, riprendendone la posa con la testa reclinata leggermente all'indietro e appoggiata al polso col gomito a compasso.
 

Tavola tra le più copiate del Rosso, nonché primo soggetto profano conosciuto nel suo catalogo prima di approdare a Fontainebleau, mostra alcune caratteristiche tipiche della sua pittura, come i panni cangianti, il languore, i tratti somatici, come quelli della regina, che appare strettamente imparentata con la Vergine nella Deposizione di Sansepolcro. Nonostante ciò la tavola ha subito un lungo processo attributivo, arrivando a ritenerla anche opera del Seicento, a causa del diffuso luminismo, magari dell'ambito del Cagnacci.

Singolare è la figura della fanciulla che accorre da sinistra con le mani unite e sollevate al collo, la quale ha il volto parzialmente in ombra. I toni delicatamente sfumati, soprattutto del voluttuoso corpo di Cleopatra, sono qua e là intervallati da notazioni secche, rapide, come i turgidi capezzoli o la maschera che si intravede nella penombra sotto i cuscini damascati a destra.

 

martedì 21 ottobre 2014

 
Hydria kalpis attica a figure rosse
Incoronazione di pittori ceramici con Atena e Nikai 470-460 a.C.

domenica 19 ottobre 2014

FORME DAL PASSATO


Il progetto “Forme dal passato” prevede la rivisitazione di decori e oggetti di natura archeologica e storica per realizzare oggetti dal design moderno.
L’attività principale del progetto è di ricercare nel territorio reperti idonei ad essere rivisitati con un nuovo design, contattando musei, biblioteche e ogni possibile ente o persona privata che possa fornire informazioni utili a tale scopo.  Le raccolte di oggetti verranno analizzate e studiate dalla prospettiva del loro valore storico antropologico.





Verranno individuati soggetti di decoro, o forme di oggetti, che hanno trovato un riscontro e un successo nei secoli, una distribuzione spaziale elevata e ne verranno estratte le caratteristiche di successo intrinseche, le quali verranno poi rielaborate e rese fruibili per la moderna industria del design.

Il valore aggiunto della ricerca storica archeologica applicata al settore del design consiste nel ri-impossessarsi di elementi grafici e formali di sicuro successo esattamente come avvenne nel Rinascimento con l’architettura e l’arte romana. Inoltre i nuovi oggetti di design prodotti godrebbero di una ricca storia che andrà a costituire parte integrante del marketing e della comunicazione di vendita dei prodotti.



Orecchini, VII-VIII sec. d.C.
Museo di Kruje

sabato 18 ottobre 2014

Venus of Arles

The Venus of Arles is a 1.94-metre-high (6.4 ft) sculpture of Venus at the Musée du Louvre It is in Hymettus marble and dates to the end of the 1st century BC.

It may be a copy of the Aphrodite of Thespiae by Praxiteles, ordered by the courtesan Phryne. In the 2nd century AD, Pausanias mentioned the existence at Thespiae in Boeotia (central Greece) of a group made up of Cupid, Phryne and Aphrodite. The Praxitelean style may be detected in the head's resemblance to that of the Cnidian Aphrodite, a work of Praxiteles known through copies. In a tentative attempt to reconstruct his career, the original Aphrodite of Thespiae would be a work from his youth (in the 360s BC), if we choose to believe that this partially draped female (frequently repeated in the Hellenistic era – the Venus de Milo, for example – is a prelude to the fully naked nude that was his c. 350 BC Cnidian Aphrodite.



The Venus of Arles was discovered in several pieces at the Roman theatre at Arles. The sculptural program at Arles was executed in Italy, perhaps by Greek artisans. Venus was the divine ancestor of the gens Julia; Arles, which had backed Caesar when Massilia backed Pompey was rewarded in numerous ways. A semi-nude heroic statue of Augustus was the dominating figure in the sculptural program of the Arles theatre.

The Venus was found in 1651, by workmen who were digging a well. The head appeared first, at a depth of six feet, which spurred further excavations. Later, after it had been given in 1681 to Louis XIV to decorate the Galerie des Glaces of Versailles, further excavations were made in the area of the theatre's scenae frons, but no further fragments were found. The statue was seized from the royal collection at the Revolution and has been at the Musée du Louvre ever since its inception, though it is not currently on display. A copy is on display in the municipal building in Arles.


In his restoration of the sculpture, the royal sculptor François Girardon, to make the sculpture more definitely a Venus, added some attributes: the apple in the right hand – as won in the Judgement of Paris – and the mirror in the left. The discovery in 1911 of a cast made of the sculpture as it had first been restored only sufficiently to reassemble, before Girardon was commissioned to improve it, demonstrated the extent of Girardon's transformative restorations, which included refinishing the surfaces, slimming the figure in the process. That the result is as much Girardon as Greco-Roman keeps the sculpture in the storerooms of the Louvre. The head, though its broken edges do not directly join with the torso except for one point of contact, belongs with the body – an important point, since it is the only sculpture of this particular model that retains its head, and the head is Praxitelean, comparable to his Aphrodite of Cnidus. The bracelet on her left arm, however, is original, an identifying trait of the goddess as seen on the Cnidian Aphrodite.

mercoledì 15 ottobre 2014

Pallade Atena (Pallas Athene) Gustav Klimt

 
 
 
 
 

Pallade Atena (Pallas Athene) è un dipinto di Gustav Klimt realizzato nel 1898 e situato nel Wien Museum di Vienna.
L'opera venne mostrata durante la seconda Secessione viennese del 1898, dove fu fortemente criticata dal pubblico. Nonostante ciò, venne difesa ed elogiata da Ludwig Hevesi che dichiarò:

« ... quanto è bella!... la striscia color oro, tagliando il pallore della carnagione è una soluzione artistica notevole... Klimt... ha creato la sua Pallas chiaramente pensando alla donna tipica della Secessione. O almeno immaginando una dea o demonessa secessionista... »
Pallade Atena raffigura il busto frontale dell'omonima divinità, qui indossante un elmo con paranaso ed un'armatura a scaglie su cui è ritratto il volto della gorgone Medusa. Il soggetto è ripreso mentre regge la lancia con la mano sinistra e una piccola Nike con la destra. I colori spaziano dall'oro dell'armatura (sfumata inoltre di viola e azzurro), ai toni scuri dello sfondo, mentre il contrasto cromatico fra il volto pallido e l'elmo, scurito da chiazze d'ombra, è molto fine. L'opera, che esprime rigidità e cupezza, sembra concentrarsi sul volto vagamente androgino della dea, reso inquietante dai suoi occhi grigi e fissi. La cornice venne realizzata, su progetto di Klimt, dal fratello Georg.
La Medusa sul pettorale di Atena e le decorazioni sullo sfondo vennero ripresi rispettivamente da una metopa e da antichi vasi greci a figure nere, mentre la sua posa è ispirata a quella del soggetto ritratto in Pallade Atena di Franz von Stuck (ca. 1898). Il modello della Nike sorretta dalla dea venne più tardi riutilizzato in altre opere del pittore, quali Nuda Veritas (1898).

lunedì 13 ottobre 2014

ALTARE DI RATCHIS


L'altare del duca Ratchis è una delle più importanti opere scultoree della Rinascenza liutprandea ed è conservato nel Museo Cristiano di Cividale del Friuli. È datato tra il 737 e il 744, periodo in cui Rachis era duca del Friuli.
 

Composto da quattro lastre di pietra d'Istria, presenta alla sommità un'epigrafe latina e sui quattro lati ornati e vari soggetti religiosi: la Visita di Maria Vergine alla cugina Elisabetta, detta anche semplicemente Visitazione; l'Ascensione di Cristo in maestà entro una mandorla sorretta da quattro angeli; l'Adorazione dei Magi. Sulla superficie sono presenti significative tracce di pigmenti.

Nelle scene le figure sono fortemente bidimensionali e si staccano nettamente dal piano di fondo, quasi un disegno a rilievo. Questi caratteri, la marcata stilizzazione delle figure e il calligrafismo d'insieme fanno assomigliare l'altare ad un monumentale cofanetto eburneo.

Coerentemente a uno stile fortemente astrattizzante, distante dalla resa naturalistica tardo antica, le figure umane presentano alcune deformazioni, quali quelle delle grandi mani degli angeli che sorreggono la mandorla. I volti sono caratterizzati dall'assottigliarsi del mento (volti a "pera rovesciata"). L'antinaturalismo formale e il forte rimbalzo cromatico che le superfici avevano un tempo sottolineano con forza il valore sacro e simbolico dell'opera. Si può notare inoltre come la gerarchia dimensionale sia utilizzata, dando una grandezza maggiore ai personaggi di rilievo come Maria e Gesù.

giovedì 9 ottobre 2014

Cronide di Capo Artemisio

Il Cronide di Capo Artemisio (V secolo a.C)





Si tratta di una statua bronzea dell'antica Grecia conservata al Museo Archeologico di Atene. Assieme a poche altre, come i Bronzi di Riace - Reggio Calabria, sono tra i pochi esempi pervenuti fino a noi.
La statua, rappresenta Zeus o Poseidone, fu rinvenuta nel 1926 nei pressi di Capo Artemisio (isola Eubea), accanto ad un relitto romano. L'autore resta incerto

sabato 4 ottobre 2014

I GIOIELLI DEL PASSATO

A partire dall'VIII secolo a.C. i Greci iniziarono a fondare una serie di colonie lungo le coste ioniche dell'Italia meridionale. Taranto,  Metaponto, Sibari, Crotone, Locri, Velia e Terina furono fra i principali centri di questa grande area colonizzata denominata Magna Grecia.

La filosofia, la letteratura e l'arte del mondo greco influenzarono in maniera evidente le attività artistiche e culturali di queste colonie, che diedero vita ad espressioni raffinate. In un clima culturale così vivace l'oreficeria trova la sua massima espressione e una grande diffusione. Le materie prime (oro, pietre dure ed ambra in particolar modo) erano fornite dai fiorenti traffici del Mediterraneo e la produzione dei gioielli era garantita dalla grande abilità degli artigiani locali.


Collana di pasta vitrea VI secolo a.C.

Il periodo di massimo splendore è quello compreso tra la fine del IV e il II secolo a.C. Il principale centro di produzione e diffusione fu Taranto che, come testimoniano le fonti letterarie, era un vivacissimo centro artistico e culturale. I principali prodotti dell'oreficeria tarantina provengono dalle necropoli di Taranto e dai centri indigeni inseriti nella sua sfera commerciale, ma anche dalle aree della Campania, dell'Etruria e del Piceno.

Tra gli oggetti prodotti un ruolo preponderante hanno le collane, gli orecchini, i bracciali e gli anelli, ma anche i diademi e le corone in rapporto al ruolo che questi oggetti hanno nel culto dei morti e nel costume funerario. L'arrivo della dominazione romana segna un brusco tracollo per l'oreficeria, segno di una decadenza economica e politica di tutte le colonie magnogreche.